L’Autonomia differenziata nata nel 2001 voluta dal centrosinistra.

Il referendum costituzionale in Italia del 2001 confermò la riforma del Titolo V della Carta sull’Autonomia, approvata dalla maggioranza dell’Unione negli anni dei governo Prodi, D’Alema e Amato. Primo referendum costituzionale nella storia repubblicana, vide la prevalenza dei sì col 64,2% dei voti.

Che cos’è l’autonomia differenziata e come funziona

Il Senato ha approvato il disegno di legge sull’Autonomia differenziata delle Regioni a Statuto ordinario con 110 voti favorevoli, 64 contrari e 30 astenuti. Il provvedimento passa ora alla Camera dei Deputati.

Il ddl definisce le procedure legislative e amministrative da seguire per l’applicazione dell’articolo 116 della Costituzione che prevede la possibilità di accordare, alle Regioni a Statuto ordinario, una serie di materie di competenza esclusiva.

Dopodiché dovrà esserci un’intesa tra lo Stato e le Regioni che chiedono l’autonomia differenziata. Le richieste avvengono su iniziativa delle stesse regioni. Vediamo cosa prevede la riforma.

Come nasce l’Autonomia differenziata?

L’Autonomia differenziata è una modifica legislativa nata nel 2001 che ha portato alla revisione del Titolo V della Costituzione Italiana. Fu promossa dal centrosinistra e ha introdotto all’articolo 117 della Costituzione una novità sostanziale. La norma infatti indica 17 materie di competenza esclusiva dello Stato (tra cui la politica estera e monetaria, la difesa, la giurisdizione, le dogane, la moneta e la tutela del risparmio, le leggi elettorali, le norme generali sull’istruzione, ecc.) per poi lasciare tutte le altre materie alla legislazione delle singole Regioni.

In pratica le Regioni sono diventate responsabili di tutti i settori normativi non espressamente attribuiti allo Stato.

Non solo. L’articolo 116 della Costituzione permette alle Regioni ordinarie di richiedere ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. Questo significa che le Regioni possono ora esigere dallo Stato maggiori poteri e una maggiore autonomia rispetto a quanto era previsto precedentemente, potendo così gestire in modo più indipendente alcuni aspetti del loro territorio e delle loro competenze.

Tutto ciò, però, sino ad oggi non è mai stato attuato nonostante i numerosi tentativi. Sicché le Regioni hanno avuto autonomia normativa sostanzialmente limitata.

 

Qual è la procedura per attuare l’Autonomia differenziata ?

Le Regioni italiane, attraverso un processo di negoziazione con lo Stato previsto dalla nuova legge, hanno la possibilità di richiedere l’attribuzione di competenze in un massimo di 23 differenti materie.

Queste materie sono ampie e variegate, includendo settori cruciali come la tutela della saluteistruzionesportambienteenergiatrasporticultura e commercio estero.

È importante notare che non esiste un numero minimo di materie che una Regione può richiedere, lasciando così spazio a un’ampia flessibilità in base alle specifiche esigenze e priorità di ciascuna Regione.

Qual è il cronogramma di attuazione della riforma dell’Autonomia differenziata?

 

La riforma dell’Autonomia differenziata segue un cronogramma ben definito.

Dopo l’entrata in vigore del disegno di legge (ddl), potranno partire le trattative fra Stato e Regioni. Stato e Regioni avranno 5 mesi di tempo per raggiungere un accordo. Questo accordo può avere una durata massima di 10 anni, dopodiché può essere rinnovato.

Tuttavia, per la maggior parte delle materie il trasferimento è subordinato alla definizione dei i livelli e gli importi dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep).

Il governo ha un periodo di 24 mesi per emanare uno o più decreti legislativi che stabiliscano i Lep.  In alternativa, l’accordo può essere concluso in anticipo, a condizione che venga dato un preavviso di almeno 12 mesi.

Cosa sono i Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep)?

 

I Livelli Essenziali delle Prestazioni, noti come Lep, sono un elemento fondamentale nel processo di concessione di maggiori forme di autonomia alle Regioni.

I Lep rappresentano i criteri che definiscono il livello minimo di servizi che deve essere garantito in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Si tratta degli standard minimi di servizio indispensabili per attuare i «diritti sociali e civili» tutelati dalla Costituzione. In pratica, essi stabiliscono le condizioni base che ogni Regione, nonostante l’autonomia acquisita, deve rispettare per assicurare che i cittadini ricevano un livello di servizio adeguato e omogeneo in tutta Italia, indipendentemente dalle specifiche competenze trasferite.

La legge quadro prevede la preventiva individuazione dei Lep per istruzione, ambiente, sicurezza sul lavoro, ricerca scientifica e tecnologica, salute, alimentazione, ordinamento sportivo, governo del territorio, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e navigazione, comunicazione, energia, e beni culturali.

Che cos’è la clausola di salvaguardia prevista dal ddl?

 

Il disegno di legge introduce una clausola di salvaguardia, specificata nell’articolo 11, che funge da misura di sicurezza. Questa clausola permette al governo di intervenire e sostituirsi alle Regioni, alle città metropolitane, alle Province e ai Comuni nel caso in cui questi enti non rispettino gli obblighi derivanti da trattati internazionali, dalla normativa comunitaria, oppure in situazioni di grave pericolo per la sicurezza pubblica. Particolare attenzione viene data alla tutela dei livelli essenziali delle prestazioni in ambito di diritti civili e sociali, assicurando così che questi standard fondamentali siano sempre rispettati.

 

Sabino Cassese, ex Ministro della Funzione Pubblica, in una intervista a Repubblica del 16 gennaio 2024 , ha parlato dell’autonomia differenziata.

Il costituzionalista e noto esponente della magistratura, da parte sua, si è sempre detto favorevole e ribadisce la sua posizione. “È un’opportunità per il Sud. Nulla impedisce alla Puglia, alla Calabria, alla Campania di chiedere, una volta aperta la porta delle intese, più autonomia. Chi ha più gambe corre, poi vince chi ha quelle migliori”.

Alcuni, al contrario, pensano che si continuerà a spingere il Nord, mentre il Sud rimarrà ancora più indietro. “Se ciò accadrà dipenderà dall’incapacità delle regioni meridionali di sfruttare adeguatamente le risorse di cui dispongono – un problema che perdura dall’unità d’Italia, come sa – e delle risorse di cui disporrà, grazie ai livelli delle prestazioni garantiti a livello nazionale”, ha spiegato. Le eccellenze, al contempo, continueranno ad essere tali. “Prenda il Lazio durante la pandemia. La sua sanità è stata superiore a quella della Lombardia, grazie all’assessore D’Amato. Quando ho fatto la seconda vaccinazione mi sono detto: ‘È meglio di Svizzera e Svezia messe insieme’”.

Durante la pandemia di COVID-19, è intervenuto pubblicamente più volte contro il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte  , criticando l’eccessivo ricorso allo strumento del DPCM per le misure di contenimento epidemiologico, in quanto «L’articolo 16 della Costituzione sancisce che solo un atto avente forza di legge può limitare restrizioni alla libertà personale e allo spostamento in caso di rischi connessi alla salute pubblica, quindi sarebbe stato meglio se il Governo avesse emanato decreti legge da far convertire al Parlamento  e poi, usare gli atti amministrativi, come il  DPR ».